Siamo tutti innamorati del calcio. In realtà sembra un’affermazione, ma credo ci manchi qualcosa: forse un punto interrogativo. Siamo tutti davvero innamorati del pallone?
Perché mi è balenata in testa questa strana domanda? Da una semplice percezione, da quello che ho sentito come un diffuso vociare tra la gente, spesso ripetuto sui social, nelle chat, un sentimento sparso, che si annida come una pulce nelle pieghe delle nostre menti, assuefatte a sentimenti sportivi campanilistici.
E già cominciato un altro mondiale di calcio. Sono anni che non ci siamo, negli ultimi cinque mondiali, dopo aver vinto il titolo a Berlino nel 2006, abbiamo fatto due brevi apparizioni concluse tristemente con eliminazione ai gironi, e per ben tre volte consecutive non ci siamo affatto qualificati per le fasi finali.
Tutto ciò sembra aver rafforzato un sentimento di non affetto nei confronti della nostra nazionale. “No, stasera ho da fare”, “non la vedo la partita dell’Italia, non mi diverte”, “preferisco andare allo stadio domenica, c’è il derby, quella sì che è una partita!”
Non sembriamo più avere un sentimento patriottico. Eppure i nostri nonni sono morti combattendo per la patria; la nostra nazione, terra di dominazione per secoli, a causa della sua straordinaria posizione nel bacino del Mediterraneo, dei suoi tesori di cultura, delle sue bellezze naturali, è sempre stata ambita da tutte le popolazioni circostanti. Ci è costato tanto renderla unita. Il cancelliere austriaco Metternick ci definì “una mera espressione geografica”, cercando di assopire – senza successo – lo spirito patriottico che diede comunque luogo ai moti rivoluzionari del 1848. La storia non mente mai.
Eppure da qualche decennio, almeno nel calcio, sembra mancare questo spirito di unità nazionale, si preferisce il proprio campanile. Ma non è forse il contrario, non è proprio colpa del calcio questo sopito spirito di unità nazionale? E allora come si fa a restituire la nazionale agli italiani ovvero gli italiani alla nazionale?
Questo è il dilemma. Dopo vent’anni di sconfitte, seppur intervallate dalla conquista di un titolo europeo, il sentimento sembra essersi sciolto: ma vi ricordate i giorni del 2021, quando Mancini ci regalò l’ennesimo sogno? E perché, nell’82 la nazionale di Bearzot non partì sotto i peggiori auspici, sulle macerie del calcio scommesse, con la totalità della stampa che reclamava la convocazione di Pruzzo ed osteggiava il ritorno di Rossi? In entrambi i casi è finita con la festa nelle piazze di ogni città, con tutta l’Italia imbandierata con il tricolore.
Sono certo che tutti coloro che dicono che la partita della nazionale non interessa più, in fondo in fondo sono pronti a scendere nelle piazze ad abbracciare sconosciuti per festeggiare una vittoria sportiva. In realtà siamo gli stessi che stanno ore davanti al teleschermo per ammirare le imprese di Sinner; gli stessi che gioiscono per le vittorie dei ragazzi e delle ragazze della pallavolo e di ogni italiano in qualsiasi disciplina.
Siamo lì tutti a cincischiare – no, non me lo guardo il mondiale, non mi interessa – ma in fondo è solo autodifesa; ci rode assai non esserci, ci rode assai non poterci emozionare, ci spaventa il buco nero nel quale il nostro calcio è sprofondato. Vorremmo essere lì a misurarci con le altre nazionali. Questa è la verità. E quando cominceranno gli scontri tra giganti ad eliminazione diretta, l’assenza dell’Italia si farà ancora più sentire nei nostri cuori di innamorati del calcio, ma feriti a morte.
Ma allora, ancora una volta, che fare?
Allora, che i politici ci ascoltino, che ricostruiscano dalle fondamenta la federazione gioco calcio, che le società, a ciò invogliate, facciano nascere “cantere” e tecnici adeguati, i quali facciano crescere giovani calciatori con lo spirito gioioso di misurarsi con altri atleti, e non con la prospettiva di arrivare presto in alto senza lottare, supportati, anche in mancanza di un vero talento, da questo o quel potente procuratore. Che gli allenatori mettano in campo i giovani italiani e che i presidenti e i direttori sportivi non preferiscano invece giovani stranieri. Che il legislatore produca leggi che tutelino i nostri ragazzi.
Solo così potrà rinascere il calcio italiano, e, con esso, quello spirito patriottico nascosto nemmeno tanto in fondo al cuore di ciascuno di noi.
Che vinca il calcio, quindi, che vinca lo sport e che tutti quanti, anche noi di orgogliosi partenopei, quando gioca la nazionale, possiamo tornare ad essere, tutti uniti, anche orgogliosi italiani.
Franco Maresca